CHE COS’È IL PARKINSON?

Descritto per la prima volta nel 1847 da James Parkinson come “paralisi agitante”, è un disturbo del sistema nervoso centrale, caratterizzato da una degenerazione di alcune cellule (neuroni) situate in una zona profonda del cervello, detta Sostanza Nera.
Queste cellule producono un neurotrasmettitore, la dopamina, responsabile dell’attivazione di un circuito deputato al movimento. La carenza dei neuroni dopaminergici causa un malfunzionamento del circuito.
La malattia di Parkinson è presente in tutto il mondo in una percentuale simile tra i due sessi; in Italia colpisce più di 220mila persone. I sintomi possono comparire a qualsiasi età, il 10% dei parkinsoniani ha meno di 45 anni, mentre nella maggioranza dei casi, la malattia esordisce intorno ai 60 anni.

QUALI SONO I SINTOMI?

I tre sintomi classici sono il tremore, la rigidità e il rallentamento dei movimenti (bradicinesia).
Il tremore è un’oscillazione lenta (5-6 volte al secondo) con un atteggiamento delle mani come di “contare monete”, tipicamente a riposo e che scompare appena si esegue un movimento.
Di solito presente in una mano o anche nel piede dello stesso lato, dopo qualche tempo interessa entrambi i lati.
Con la rigidità, aumenta il tono muscolare del tronco, degli arti o del collo.
Con la bradicinesia, il paziente fa fatica a muoversi bene, è spesso impacciato, ha difficoltà ad esempio a girarsi nel letto, alzarsi in piedi o a vestirsi da solo.
Cammina a passi brevi, a volte è presente la “festinazione”, cioè il paziente piega il busto in avanti e tende ad accelerare il passo. A volte il paziente si blocca del tutto e in modo improvviso, (freezing) in cui i piedi sembrano incollati al pavimento.
Possono essere presenti inoltre una varietà di sintomi secondari quali disturbi dell’equilibrio, del linguaggio, della deglutizione, gonfiore dei piedi e delle caviglie, perdita di peso, stipsi, disfunzioni sessuali e depressione.


COME SI ARRIVA ALLA DIAGNOSI?

La visita neurologica è fondamentale per valutare la presenza dei sintomi e segni correlati alla malattia.
Tra gli esami strumentali, oltre alle tecniche neuroradiologiche tradizionali quali TAC e Risonanza Magnetica Nucleare, è di grande importanza lo studio specifico dei nuclei della base mediante DAT-Scan.

CHE COSA PUÒ FARE IL NEUROLOGO?

Il neurologo prescrive la terapia farmacologica più appropriata.
I farmaci a disposizione sono essenzialmente di due tipi: dopaminoagonisti, privilegiati nelle prime fasi della malattia, e Levodopa, che viene tendenzialmente introdotta in seguito.
Altre categorie utilizzate sono gli anticolinergici o gli inibitori enzimatici.
Il criterio più seguito è la somministrazione di più farmaci, a dosaggi differenti che vanno “aggiustati” sul paziente a seconda della risposta individuale.
 

In alcuni casi si può ricorrere alla terapia chirurgica per l'inserimento di un neurostimolatore, in una zona del cervello chiamata nucleo subtalamico. Il neurostimolatore funziona con una pila come i pace maker.

È davvero molto importante la fisioterapia, che ha dimostrato l’efficacia e l’assoluta necessità di seguire costantemente un programma rivolto al mantenimento dell’autonomia motoria e al miglioramento della coordinazione, della postura e del modo di camminare.