Nell’ultimo anno si è registrata un’impennata nelle ricerche relative al tumore alla prostata (se è causa di morte: +300%, quali sono i sintomi: + 80-130%, PSA alto: +70%). Soprattutto durante il mese di sensibilizzazione e prevenzione della salute maschile (Movember), è doveroso rispondere ad alcune di queste domande e spiegare quali sono le novità in questo ambito.

Epidemiologia e mortalità

Il tumore della prostata è la neoplasia più frequente tra i soggetti di sesso maschile, soprattutto tra i 50 e i 69 anni e dopo i 70 anni.

La sopravvivenza in Italia è 91% a 5 anni e 90% a 10 anni e la mortalità è in riduzione; tale risultato è presumibilmente associato all’utilizzo dell’esame sanguigno dell’antigene prostatico specifico (PSA) che, insieme con altri accertamenti, ha portato all’identificazione di forme in una fase clinica precoce e a volte di forme meno aggressive.

La diagnosi precoce

Il rapporto benefici/danni dello screening con il PSA è discusso. Tuttavia, le Linee Guida Europee consigliano l’esecuzione del PSA in uomini ben informati dai 50 anni in su (a 40 se familiarità). Va sottolineato come, soprattutto nelle fasi iniziali, raramente il tumore prostatico causi segni e sintomi di sé e quindi il sospetto clinico è posto quasi sempre mediante PSA e visita urologica con esplorazione rettale.

Le novità in campo diagnostico e di imaging

Nella diagnosi di cancro prostatico si stanno facendo largo ulteriori strumenti per evitare biopsie non necessarie.

Si tratta da un lato di esami del sangue e delle urine, quali il Prostate Health Index test [PHI], il four kallikrein [4K] score, il Prostate cancer gene 3 [PCA3] e dall’altro di esami radiologici. La risonanza magnetica prostatica multiparametrica (mpMRI) con mezzo di contrasto sta acquisendo sempre più spazio sia nella fase di diagnosi che in quella di pianificazione del trattamento. Essa può identificare aree sospette di carcinoma e valutare l’estensione locale della malattia. Questi reperti possono essere integrati con l’ecografia prostatica in corso di biopsia (la fusion biopsy) per eseguire dei prelievi mirati nelle zone incriminate. L’esecuzione della mpMRI come esame preliminare per la diagnosi di tumore prostatico non è ancora uno standard, mentre invece essa è fortemente consigliata prima di eseguire una re-biopsia in caso di persistenza di rialzo del PSA.

Le opzioni terapeutiche

Esistono molteplici opzioni di trattamento. Le diverse tipologie, che hanno diversi gradi di invasività, variano in base alle caratteristiche della malattia. A seconda di parametri quali PSA, Gleason score (da 6 a 10)/ISUP grade (da 1 a 5) alla biopsia, numero di prelievi positivi alla biopsia, stadio clinico, la neoplasia prostatica si può classificare in 5 classi di rischio: molto basso, basso, intermedio, elevato e molto elevato.

In caso di neoplasia a rischio molto basso o basso le opzioni sono innumerevoli.

La prima è la sorveglianza attiva, in cui si monitora l’andamento della malattia a intervalli prestabiliti con PSA, esplorazione rettale, biopsia prostatica ed eventualmente mpRMI. Il trattamento cosiddetto “attivo” avverrà in caso di evidenza di progressione o di volontà del Paziente. Altre opzioni sono la radioterapia a fasci esterni, la brachiterapia (indicata in uomini senza disturbi urinari e prostata < 50 cm3) e la prostatectomia radicale. Quest’ultimo intervento è ormai eseguito nella maggior parte dei casi con approccio robotico mini-invasivo che ha come vantaggi dimostrati rispetto alla tecnica a cielo aperto la riduzione della degenza, del dolore post-operatorio e delle trasfusioni.

Nel rischio intermedio vengono preferite la prostatectomia e la radioterapia. Tra le due non sono state dimostrate differenze in termini di risultati oncologici.

Con l’aumentare del rischio della neoplasia, le terapie si integrano tra di loro nell’ottica di un trattamento multimodale, che può includere l’associazione con terapie ormonali.
Durante le varie fasi della malattia il paziente deve essere sempre posto al centro del percorso di cura, informato e seguito. Di fronte alle innumerevoli opzioni che gli possono essere proposte, diventa essenziale l’approccio multidisciplinare e multiprofessionale che coinvolge urologi-andrologi, radioterapisti, oncologi, psicologi, patologi e radiologi.